Lunedì 23 febbraio 2026 abbiamo assistito, al Teatro Ariston di Sanremo, alle prove generali effettuate dagli artisti sul palco, in vista della nuova edizione del Festival.
Di seguito alcune considerazioni sulle canzoni.
(Premessa: per motivi logistici, non è stato possibile ascoltare i brani di Arisa, Mara Sattei, Dargen D’Amico, Eddie Brock, Francesco Renga e Luchè).
Ecco le pagelle:
MARIA ANTONIETTA E COLOMBRE – La vera sorpresa del Festival. Si presentano da sconosciuti al pubblico nazionalpopolare, hanno un brano di ottima qualità e molto primaverile. Può avere un senso in questo Sanremo che “cade alto”, nell’ultima settimana di febbraio. Il brano è una sintesi tra le sonorità dei Coma_Cose e la scrittura de La Rappresentante di Lista, con una punta di “Musica Leggerissima” di Colapesce e Dimartino. Esistono canzoni peggiori a cui ispirarsi.
LDA E AKA7EVEN – Molto convincenti fin dal primo ascolto. La loro canzone ha un buon ritornello, sarà una delle colonne sonore della primavera 2026 in Italia. Il rischio è che venga sottovalutata durante la settimana di Sanremo, ma ha un buon potenziale radiofonico per esplodere una volta terminata la kermesse ligure.
FEDEZ E MASINI – Fedez si era presentato “contro il sistema” e aveva sempre avuto un approccio iconoclasta verso la musica italiana, tuttavia nelle sue tre apparizioni in Riviera ha sempre avuto rispetto del Festival di Sanremo, con un atteggiamento rispettoso e stranamente sobrio. Anche stavolta sale sul Palco dell’Ariston con una performance educata, quasi sussurrata. La canzone è molto costruita, ma è costruita bene. Federica Abbate sa scrivere i ritornelli, e sa farlo soprattutto quando c’è da incastrare l’inciso con una strofa di Fedez (l’album Comunisti col Rolex insegna). Il ritornello è ottimo ed è un bene che alla fine lo canti anche Fedez al posto di Marco Masini: entrambi vogliono far passare lo stesso messaggio.
J-AX – La parte melodica è di alta qualità, questo Sanremo serve a J-Ax per emanciparsi dalle sabbie mobili del mondo rap, dimostrando al grande pubblico di essere un musicista a 360 gradi, che quando vuole sa dare spazio agli strumenti (anche vintage, come in questo caso). È un ritorno alle sonorità pre-Covid per J-Ax (e non è un male, dato che il suo miglior momento discografico è stato proprio quello): il brano viaggia sulle stesse frequenze di “Ostia Lido”. Il testo poteva essere più incisivo in alcuni tratti, ma nel complesso è un’ottima canzone.
SAL DA VINCI – Spira un vento fortissimo nella direzione di Sal Da Vinci: avrà un ampio consenso al televoto e la giuria stampa non respinge affatto l’ipotesi di una sua vittoria. Detto ciò, la canzone è molto furba. Neomelodica al 100%, riesce a essere più “ballabile” e nazionalpopolare addirittura rispetto ai brani sanremesi presentati dai The Kolors negli ultimi anni. La coreografia non è “acchiappa-like” ma è “acchiappa-voti”: Sal Da Vinci sul palco compie una mossa “alla Julio Iglesias” (ripetendola più volte), si indica la fede al dito quando parla di matrimonio e fa una piroetta scendendo in platea.
L’unico problema è che per vincere Sanremo, bisogna andare in crescendo: il rischio è che martedì sera il pubblico penserà che questa sia “una canzone che merita di vincere il Festival”, ma che poi gli spettatori arrivino a sabato un po’ saturi e anche insofferenti verso alcune mosse furbe adottate da Sal Da Vinci. Problemi che potrebbero sorgere a livello mediatico: la melodia di inizio brano è simile al motivetto di “La La Land”.
BAMBOLE DI PEZZA – Canzone potente e struggente allo stesso tempo. Il ritornello in minore crea quella tensione necessaria per trasmettere inquietudine e smarrimento. La prima strofa è molto ben costruita, con un ritmo martellante che sfocia in un inciso il cui testo fa riflettere. Un difetto importante: lo special (ovvero la terza strofa, che in tutte le canzoni ha una struttura diversa dalla prima e seconda strofa), anziché dare una marcia in più, fa scendere il brano di un gradino. Nel complesso è un’ottima canzone.
TOMMASO PARADISO – Con il singolo “Forse” qualcosa si era mosso, ora possiamo affermarlo: Tommaso Paradiso è tornato ai livelli degli Anni ’10. Questa è una notizia importante, perché è stato una colonna portante della musica italiana Anni ’10, nel periodo pre-Covid che è considerato uno dei più floridi della storia recente del panorama discografico nostrano. Il brano è molto intenso e introspettivo. Unico appunto: c’è un pizzico di inquietudine non richiesta. È da apprezzare il tentativo di entrare in uno stato di disperazione artistica profonda, però a volte da questa esperienza vengono fuori melodie e testi non pienamente accessibili al pubblico.
ERMAL META – Le sonorità fresche e orientali di questo brano sono in linea con l’ultimo album di Ermal Meta. La canzone è di ottima qualità, non sarebbe uno scandalo se vincesse il Festival ma nei suoi confronti la giuria stampa è stata molto tiepida. Alcuni la considerano una lagna, altri “una tarantella mal riuscita”, in realtà è un esperimento sonoro interessante, con un ritornello ampiamente gradevole.
FULMINACCI – Ci si aspettava di più (soprattutto considerata la qualità di “Casomai”, singolo estivo del cantautore romano), ma la canzone è comunque raffinata e ben scritta. Le strofe lasciano un po’ il tempo che trovano, invece il ritornello è ben calibrato.
SAYF – Durante l’esibizione si perde più volte, non ha ancora lo spessore per tenere botta su questo palco. Però ha un buon “flow”, le parole scorrono via velocemente e con un ritmo interessante. Il ritornello è buono, ma più che essere “una hit” sembra invece una sigla pubblicitaria.
DITONELLAPIAGA – Purtroppo questo brano è una delusione. La fase iniziale del brano è ipnotica e accattivante, con un basso techno che rappresenta forse la migliore linea melodica dell’intero Festival di Sanremo 2026. Bisogna ammettere, però, che questo sia l’unico punto di forza di questo brano, o quantomeno l’unico elemento effettivamente “da vittoria”. La prima strofa è buona, poi il brano si perde. Il ritornello suona come un esperimento mal riuscito: è il classico ritornello che vuole funzionare a tutti i costi, ma non riesce nel suo intento. La cosa sgradevole è che dall’esterno si percepisce lo sforzo di realizzare un inciso che possa diventare un tormentone, ma è evidente che questo brano non abbia quella marcia in più che altre canzoni in gara hanno.
MALIKA AYANE – Scelte retrò per Malika Ayane: metà performance sarà trasmessa in diretta su Rai1 in bianco e nero, lei canta con un microfono con il filo. La canzone ha degli elementi freschi e moderni, non convince al primo ascolto ma a causa di problemi tecnici, l’artista deve ripetere la sua performance durante le prove generali all’Ariston e al secondo ascolto il brano conquista un’ampia sufficienza.
RAF – Il classico brano senza infamia e senza lode. È una canzone priva di pretese: Raf non punta a vincere il Festival, vuole posizionarsi nella contemporaneità e lo fa con un brano senz’altro sufficiente, privo di enormi graffi ma il cui ascolto è piacevole. Non pubblicava un nuovo singolo da tempo: ne aveva bisogno.
CHIELLO – Lui stonatissimo (e anche inesperto: si posiziona nella zona in cui le videocamere devono girare, i fonici glielo fanno notare), però il ritornello è carino, con un filo di inquietudine. Rischia di chiudere la kermesse come “poeta decadente” incompreso.
TREDICI PIETRO – Ha una buona presenza scenica, ma durante il ritornello stecca proprio nel passaggio in cui il brano punta a salire di livello. Per questo motivo la prova deve essere ripetuta, e nella seconda esibizione riesce a esprimersi meglio. È la classica canzone che nella prima strofa parte bene, poi si perde.
LEO GASSMAN – Lui tecnicamente è bravissimo, ma la canzone è inadeguata. Gradevole, ma non lascia il segno. Nel ritornello c’è una metafora onestamente risparmiabile: poco poetica, ma viene spacciata come tale (e dovrebbe essere il punto di forza principale del brano). È un peccato perché lui è molto bravo ma meriterebbe una canzone più consona alle sue abilità vocali.
ELETTRA LAMBORGHINI – Nella vita si cambia. Ci si evolve. Si cambia stile. Si sperimentano nuovi progetti. Arrivano nuove idee. Elettra Lamborghini no. Nulla di tutto questo. Come si era presentata al Festival di Sanremo 2020, così arriva all’Ariston nel 2026. Nel ritornello canta “Viva, viva la Carrà”. Se da un lato ci sono artiste che imitano bene la Carrà (ad esempio Annalisa nell’ultimo progetto discografico con “Maschio” ed “Esibizionista”), dall’altro c’è Elettra Lamborghini che la butta in caciara. Il paradosso è il seguente: non è una brutta canzone, ma se questo brano non fosse esistito, non sarebbe stato un dramma. In genere per una canzone o vale un discorso, o vale l’altro: per questa, no. È un brano che può essere amato e odiato contemporaneamente. Una sorta di “guilty pleasure”.
ENRICO NIGIOTTI – Enrico Nigiotti sa di essere coraggioso: presentarsi a Sanremo, nel tempio dei tormentoni nazionalpopolari, con un brano senza ritornello… è una scelta artistica. Canzone che non vincerà il Festival (non era il suo obiettivo), ma regalerà agli spettatori una performance intensa con gli archi che emergono con passaggi significativi. Nel finale Nigiotti si commuove. È un brano che merita il Palco dell’Ariston, ma più per il Premio Tenco che per il Festival di Sanremo.
SERENA BRANCALE – Un enorme mah. Questo brano ricorda molto il modo in cui la Francia approccia all’Eurovision Song Contest: ogni anno vuole vincere la kermesse con un brano strappalacrime, intenso, struggente, che parla d’amore in maniera generica, astratta e semplice, ma con una carica emotiva enorme, quasi esagerata. Da fuori, però, si vede che è un’operazione costruita, e la Francia alla fine non vince mai. Serena Brancale al Festival 2026 è esattamente questo. Sanremo non è l’Eurovision, quindi il brano potrà funzionare un po’, ma è tutto fumo e niente arrosto. Una canzone palesemente costruita “per vincere Sanremo”, ma su standard ormai superati. A livello armonico è una canzone interessante, lei a livello vocale è bravissima ma alla fine… la canzone non è un granché.
LEVANTE – Bocciata al primo ascolto. Il discorso, a livello tecnico, è lo stesso che riguarda Serena Brancale: ottime abilità vocali, canzone non entusiasmante. Una voce del genere meriterebbe di più.
MICHELE BRAVI – Massimo rispetto per il modo in cui Michele Bravi vive l’arte e la musica, ma questo brano non ingrana. Il rischio è che possa bruciare un’opportunità importante per la sua carriera, con un brano che è destinato a non incidere sul Palco dell’Ariston.
PATTY PRAVO – Esattamente quello che ci si aspettava: un brano fuori classifica, fuori tempo. Non brutto, ma poco aggiornato e – a tratti – un po’ pesante.
NAYT – Se sei un rapper e vai a Sanremo con un brano piatto e poco incisivo, il rischio di fare la fine che fece Moreno al Festival 2015 è dietro l’angolo. Quello di Nayt è il classico brano che, se tutto va bene, arriva al 6,5, poi si ferma.
SAMURAI JAY – Al primo ascolto la canzone non convince: sembra una brutta copia dei brani della discografia di Fred De Palma. Merita un riascolto, ma fin da subito emerge che il testo non sia all’altezza di una vetrina così prestigiosa come quella di Sanremo.

