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“Il tempo è il mio maestro”. La scultura visionaria di Carlo Moschella

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A Innsbruck c’è un Atelier abitato da sculture che riflettono la concezione animistica di Carlo Moschella, artista italoaustriaco di cui raccontiamo la storia. Lo scultore non considera le sculture manufatti realizzati ma testimonianze ritrovate e riportate in vita attraverso l’arte. L’Atelier Moschella colora  di poesia la geografia di un luogo che si trova vicino al Castello di Ambras, uno dei musei più antichi del mondo. Per Carlo Moschella l’atelier è anche l’approdo di un’isola immaginaria che ha chiamato Ingilpur, da cui sembrano provenire i reperti che assembla. Not built. Found, non costruito, trovato. È l’essenza della scultura di un artista libero e naif, in costante ascolto del mondo, che trova ispirazione osservando la natura. L’acqua, il cielo, il mare, la pietra gli affidano figure che vanno solo svelate. Il tempo è il suo maestro.

Carlo Moschella non crea, non costruisce, trova. Le sue sculture dalle forme totemiche, catturano l’attenzione di collezionisti e amanti dell’arte. Moschella è un artista che va oltre qualsiasi definizione. Quando il suo nome è stato associato alla scultura archeologica totemica, non sapeva neppure cosa fosse. È un pò archeologo e un po’ pescatore, scova i reperti e li assembla, come ha imparato a fare nei lunghi anni di frequentazione del mare. Carlo Moschella ha navigato, ha osservato rocce e scogli, si è lasciato cullare dal Baahnah, un antico canto che si infrange sugli scogli e riaffiora dal mare sotto forma di frammenti. La sua è la storia originale di un artista nato a Vipiteno, austriaco di adozione, che si lascia stupire da tutto ciò che lo circonda.  Osservatorio Roma il Giornale degli Italiani all’Estero incontra Carlo Moschella.

Carlo Moschella

L’incontro con la scultura e l’inizio della sua produzione artistica, dove e quando cominciano?

Ho sempre desiderato esprimermi in modo creativo, ho passato molti anni della mia vita sul mare. Ho navigato, ho partecipato a regate internazionali, ho vissuto nei porti e nei cantieri. Conosco bene i luoghi consumati dal tempo e dall’acqua del mare. Seduto su uno scoglio, mentre  guardavo l’acqua che si infrangeva, vedevo che da sola era stata capace di creare figure. Ho capito che la natura è artista ed è proprio alla natura che mi sono ispirato. Il mio manifesto è dove l’acqua incontra la roccia, nasce l’intuizione.

La storia dell’arte non l’ha ispirata?

Certamente, dalla storia dell’arte ho preso idee. Ho creato Ingipur, la mia isola fantastica dove ritrovo piccoli frammenti. Baahnah è un canto antico che si infrange sugli scogli portato da un vento che mi dice qualcosa. È partito tutto da qui.

Perché il mare è centrale nella sua ispirazione?

Il mare per me non è soltanto un luogo ma è una memoria. Ho trascorso molti anni navigando e tutto ciò che il mare consuma, trasforma, porta via e in seguito restituisce è entrato inevitabilmente nel mio lavoro. Quando creo una scultura è un po’ come se tornassi da un viaggio e riportassi a terra quello che ho trovato. Un frammento, una figura, una presenza. A volte mi sento più archeologo che scultore. Il mare nasconde, conserva e a volte restituisce. È esattamente quello che cerco di fare con il mio lavoro.

Essere italoaustriaco significa appartenere a due culture per alcuni aspetti diverse. Come si sintetizzano nel suo linguaggio artistico?

Sono nato tra i monti di Vipiteno, non so sciare ma sono un bravo navigatore. Ho scelto di vivere in montagna pur venendo da una vita trascorsa in mare. Sembra una contraddizione ma per me non lo è perché le montagne sono soltanto onde alte.

Le sue sculture come nascono?

Inizio a lavorare, trovo, riassemblo e riporto cose consumate dal tempo a quello che erano all’origine. Il tempo è il mio coautore, il mio assistente di studio, anzi il tempo è il mio maestro. Nel mio lavoro non c’è uno studio preliminare fatto a tavolino, non ci sono schizzi né bozzetti. Guardo, ho dei reperti, cerco di capire come era inizialmente l’opera, non la manipolo, non la pulisco, non la lucido ma lascio che le incrostazioni ne custodiscano l’anima.

Il tempo, coprotagonista della sua arte, scopre o crea?

Il tempo ha modellato le opere e io le riscopro. Utilizzo strumenti di lavoro vecchi perché i nuovi sono troppo precisi e io non cerco la perfezione.

Come fa la materia a diventare memoria?

Sono io che la scopro. Se mi si presenta un reperto, devo capire dove il tempo è intervenuto e come. Il passaggio più difficile per un artista è capire quando fermarsi. E io capisco quando è il momento di non aggiungere più cose a una scultura che ha già una sua forma e vita.

Decide di fermarsi quando l’opera basta a se stessa?

È proprio così. Capire che l’opera è terminata mi fa star bene.

Quando la vita porta indietro, l’arte riporta in vita. Cosa vuol dire esattamente con questa espressione?

Quando inizio una figura, cerco di riportarla a come era. Mi lascio condurre, spesso mi capita di girarmi e non trovare più il pezzo con cui volevo assemblarla. Non lo cerco, penso che non fosse il suo. Mi entusiasma già quello che c’è e la direzione tutta sua che l’opera prende.

I totem sono protagonisti della sua produzione artistica, entrano nella storia e seguono la stessa linea narrativa. Per raccontare cosa?

Le cose vengono per caso. Quando mi sono accorto che nelle piattaforme mondiali dedicate c’erano le raccolte delle mie sculture con definizioni e cluster, mi sono sorpreso. Non ero consapevole di realizzare totem, per me erano solo le mie sculture. Non ho approfondito il totemismo e non ho studiato la scultura totemica. Io sono un velista e l’albero mi ha sempre affascinato ed è sempre stato un punto di riferimento.  Ho creato opere filiforme e opere più compatte perché sono sempre stato attratto da quello che vedevo nei rimessaggi dei porti, dove venivano dismesse le grandi navi.

Il suo Atelier a Innsbruck è a 200 metri dal Castello di Ambras, uno dei musei più antichi del mondo, gestito dal Museo delle Arti di Vienna. Una vicinanza più impegnativa o stimolante?

Sono capitato qui e non sapevo assolutamente che tipo di opere fossero conservate nel Castello di Ambras. Anche questa è stata una scoperta, un’altra delle coincidenze che vengono da sole. Il mio Atelier fa quasi parte dell’opera, è un luogo dove vivo con libertà, taglio, trasformo, sporco, sperimento. È soprattutto il posto dove posso lasciare un’opera incompiuta, sapendo che il giorno dopo la troverò lì ad aspettarmi, nel disordine, tra gli strumenti e le tracce del mio lavoro. Il mio Atelier è un luogo vivo, pieno di opere vive.

Sembra quasi che le sculture abitino l’Atelier, siano a casa loro…

È proprio così e ogni volta che le guardo, scopro che  raccontano una storia diversa. Hanno visi realistici che mi sorprendono con le loro diverse espressioni. Ho una foto bellissima a cui sono molto affezionato, scattata dall’interno dell’Atelier verso l’esterno in un giorno di neve. Guardandola, sembrava che nel giardino stessero passando delle persone. E invece erano le mie sculture. Un realismo impressionante.

Una sensazione che rimanda a Pinocchio e a Mastro Geppetto mentre scolpiva il burattino che poi prende vita…

È talmente vero che proprio un’ora fa ho pubblicato un video di Pinocchio, con la prefazione di Collodi, sul mio canale Youtube. Impressionante anche questa coincidenza.

Lei è stato protagonista di un importante progetto di arte pubblica a New York…

Anche questa è una coincidenza nata per caso. Nel 2001, mentre a New York crollavano le Torri Gemelle, avevo una scultura, I Dioscuri, di cui mi piaceva il nome ma non ricordavo la storia. Vado in biblioteca e apprendo chi erano Castore e Polluce, due fratelli gemelli. Polluce era immortale perché figlio di Zeus, Castore era mortale perché figlio del re Tindaro. Quando Castore muore in battaglia, Polluce chiede a Zeus di seguire lo stesso tragico destino del fratello gemello. Ho subito messo in relazione la storia con la vicenda delle Torri Gemelle, cadute una dopo l’altra. Ho inviato la mia scultura I Dioscuri al Sindaco di New York Giuliani ed è stata consegnata personalmente dall’Ambasciata Italiana in America. È un’opera che si è presentata da sola, se avessi voluto creare una scultura per le Torri Gemelle, certamente non mi sarebbe venuta così bene.

La sua arte restituisce una poetica rivelatrice di spiritualità e attenzione al Creato…

Grazie per averlo capito e per avermi dato la possibilità di raccontare il modo in cui prendono forma le mie sculture.

Maria Teresa Rossi
Maria Teresa Rossi
Osservo, scrivo, racconto. Per la Fondazione Osservatorio Roma e per Osservatorio Roma il Giornale degli Italiani all'estero..

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