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Fotografie che raccontano la provincia americana. Along the blue highways

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Lungo le strade blu/Along the blue highways è una mostra fotografica allestita al Museo di Roma in Trastevere. Francesco Conversano, fotografo e regista del cinema del reale, racconta la provincia americana autentica e ruspante. L’ha attraversata, vissuta e fotografata. Novanta scatti, con una prevalenza di fotografie in bianco e nero, invitano a un viaggio di scoperta nell’America meno conosciuta. Paesaggi, volti, personaggi e situazioni osservati con curiosità e senza preconcetti. Osservatorio Roma il Giornale degli Italiani all’estero ha incontrato Francesco Conversano per approfondire le ragioni di un viaggio che è scoperta e conoscenza della terra a stelle e strisce.

Francesco Conversano

La mostra è più racconto o esplorazione delle strade blu nella provincia americana?

È tutte e due le cose. È un racconto nel mio immaginario, nato attraverso il cinema, la musica, la letteratura di tutta la vita. E’ un racconto che ripercorre il mio viaggio interiore ma è anche un’esplorazione, sia nel mondo reale che dentro me. Ogni volta che si parte con un’idea su qualcosa che si conosce, bisogna essere disponibili a cambiare la propria idea e a mettersi in discussione. Partire con un’idea precisa e poi essere disposti a cambiarla è la regola su cui si basa il lavoro del film maker e del documentarista.

Gli italiani sono sempre stati sedotti dal sogno americano ma conoscono la provincia americana protagonista del suo racconto?

No, racconto una America poco conosciuta. Quando si parla di America, generalmente si parla di New York, Los Angeles, Detroit. Le grandi città rappresentano solo l’America più conosciuta ma non la vera America.

Qual è il cuore pulsante dell’America autentica?

La Small Town America. Le piccole città e la provincia rappresentano davvero l’America autentica. È solo viaggiando attraverso le strade blu, incontrando le persone e parlando con la gente comune che si riesce a capire il pensiero americano.

Cosa emerge?

Si capiscono tante cose, come vivono, cosa preferiscono, quali sono i loro desideri, le loro vocazioni, perché la gente vota in un certo modo. Solo così si capisce cosa sia davvero il sogno americano.

Come sono state scattate le fotografie?

Sono state realizzate a latere di un discorso legato al documentario che ho fatto in circa 20 anni di attività. Ogni volta ha scattato foto in momenti topici. La prima volta nel 2002, poco dopo l’11 settembre e ho trovato l’America molto unita per la paura dell’altro. Nel 2003, dopo la guerra in Iraq, ho trovato l’America divisa. Altrettanto spaccata era poi nel 2008 quando fu eletto Obama. Ogni momento era un’occasione per andare a decifrare la provincia americana, per cercare di capirla senza la presunzione di sapere già tutto.

Qual è il senso del suo viaggio nella provincia americana?

Raccontare l’American way of life autentico, quello della gente comune che vive lontana dalle grandi città.

C’è differenza tra la provincia americana e la provincia italiana?

Per alcuni aspetti non c’è una grande differenza, sono entrambe accomunate dalla concezione di vivere in maniera defilata, al di fuori dal centro delle cose. Nella provincia americana c’è molta violenza, cosa che non c’è nella provincia italiana.

Si è dato una spiegazione?

 L’estensione della provincia americana è talmente grande che chi vive da solo in un piccolo posto, giustifica anche le sue reazioni. Ma è una cosa che penso e dico tra mille virgolette.

Che relazione c’è tra l’uomo e i luoghi?

C’è una differenza nell’appartenenza al luogo e al paesaggio. È una relazione che a me interessa molto perché la relazione tra l’uomo e i luoghi cambia tutta la narrazione. Il legame che unisce l’uomo al paesaggio è talmente forte e diverso da paese a paese, da determinare le condizioni esistenziali dell’uomo.

Quale foto sceglie come sua immagine simbolo?

L’immagine della Gas Station mi sembra molto forte perché racchiude tanti elementi del nostro immaginario. È qualcosa che sta lì e racconta cosa c’è nel nulla. C’è l’idea della sospensione del fatto, sapere che lì, in quel momento, sia successo qualcosa o stia per succedere. È il momento in cui il fotografo cerca di raccontare la dinamica tra le due facce della realtà.

È una foto che le piace particolarmente…

Sì, è una foto che racchiude quello che hai voluto far vedere e quello che hai voluto nascondere.

Quali sono le sezioni dell’esposizione?

La sezione Landscapes mostra i paesaggi geografici e i paesaggi umani, la dicotomia tra il visibile e l’invisibile. La sezione Volti racconta le facce, i volti delle persone. Ci sono migranti che cercano di arrivare negli Stati Uniti passando il confine con il Messico, attraverso quello che io chiamo il muro del pianto. L’ultima sezione della mostra si intitola Signes, segni dove l’immaginario americano dell’American dream passa per il viaggio e crea la cultura del viaggio.

Quanti sono gli scatti esposti?

Ci sono 32 scatti nella sezione Landscapes, 12 volti e circa 60 foto di dettagli. È circa il 10% del materiale che ho scattato.

C’è un luogo che custodisce le migliaia di scatti che ha effettuato nella sua attività?

Sì, è tutto custodito nell’archivio Movie Movie a Bologna. Ci sono migliaia di fotografie e ore di girato.

Questa mostra è solo il primo capitolo di un lungo racconto?

Me lo auguro, è un buon auspicio.

La selezione come è stata effettuata?

Pensando di fare la mostra come se dovessi fare un film. Con i curatori abbiamo creato una successione di scatti che avesse il senso narrativo di un film. La Fondazione Cirulli mi ha dato una grande libertà nel costruire la mostra che sintetizza il mio lavoro di autore documentarista e la loro vocazione a raccontare il contemporaneo. La sezione che chiude l’esposizione con i Segni è molto pop.

Massimo Cirulli

La mostra arriva a Roma su iniziativa della Fondazione Massimo e Sonia Cirulli…

L’esposizione, allestita un anno fa nella nostra Fondazione, arriva a Roma prima di partire per l’estero dove sarà visitabile in alcune strutture museali. E’ un progetto che piace perché è una mostra fotografica con scatti in bianco e nero molto forti ma ha anche un’anima pop. Nell’ultima sezione c’è una sala pop con segni, colore, Coca Cola.

Perché avete inserito anche manifesti e locandine in una mostra fotografica?

I manifesti sono importanti per creare la connessione tra la fotografia e il mondo del reale. I due manifesti esposti della Rural electrication administration sono fondamentali per capire come era lo spirito del New Deal americano con Roosevelt nei primi anni Trenta. Sono manifesti originali che vengono da New York. La Coca Cola è totalmente iconica. La narrazione ha un filo conduttore e fa vedere come nelle sconfinate praterie americane, c’è la casalinga con la stufa finalmente elettrificata grazie al piano Roosevelt di elettrificazione dell’America. È una mostra fotografica e sociale.

Maria Teresa Rossi
Maria Teresa Rossi
Osservo, scrivo, racconto. Per la Fondazione Osservatorio Roma e per Osservatorio Roma il Giornale degli Italiani all'estero..

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