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Dalì in mostra a Roma al Museo del Corso

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Fino al prossimo 1 febbraio Roma ospita l’universo creativo di Salvador Dalì, artista visionario e genio del surrealismo, autore di un nuovo modo di pensare l’arte. La mostra Dalì. Rivoluzione e Tradizione, allestita nel polo museale del Museo del Corso, porta per la prima volta in Italia una narrazione inedita di Dalì, frutto di oltre dieci anni di ricerca e approfondimento tematico realizzato dal Centro di Studi Daliniani della Fundacio’ Gala-Salvador Dalì. La mostra, inaugurata in occasione del centenario dalla prima personale dell’artista, è promossa dalla Fondazione Roma in collaborazione con la Fundaciò Gala-Salvador Dalì e Mondo Mostre. Il progetto espositivo è stato realizzato da un team curatoriale di altissima qualità. Il patrocinio dell’Ambasciata di Spagna in Italia, che ha svolto un importante ruolo di raccordo istituzionale tra i due Paesi, sottolinea l’alto valore culturale di una iniziativa che esordisce a Roma ma ha respiro internazionale.

La mostra propone una nuova lettura di Dalì rivoluzionario e tradizionalista. Visitare le opere esposte a Palazzo Cipolla significa affrontare un viaggio nell’universo Dalì. E attraversare un percorso tematico e cronologico che afferma la forza dell’artista, e il ruolo di primo piano che si è conquistato, tracciando da protagonista il XX secolo. Il titolo riassume e sintetizza la dialettica artistica del genio Dalì. Il dialogo tra desiderio di rivoluzione rispetto ai canoni precedenti e volontà di affermazione nella tradizione è la cifra della sua arte. Il percorso espositivo romano è costruito attorno alla continua tensione tra rivoluzione e tradizione, costruzione e distruzione che il visitatore percepisce a prima vista. Le sessanta opere esposte tra dipinti, disegni, documenti e materiali audiovisivi, raccontano l’evoluzione dell’opera e del pensiero di Dalì. Dagli anni della giovinezza e l’incontro con le avanguardie, cubismo, dadaismo, surrealismo.

Il sottotitolo della mostra potrebbe essere Dalì raccontato da Dalì, perchè ci sono tanti video in cui l’artista espone il suo modo di lavorare e racconta come sono nate molte delle opere esposte. Alcune opere inedite arricchiscono ulteriormente la mostra che riporta Dalì a Roma dopo molti anni. Sono esposti interessanti documenti, le fotografie e le opere che rievocano l’incontro con Pablo Picasso a Parigi nel 1926. Picasso, considerato da Dalì incarnazione stessa della rivoluzione, sarà fondamentale per la sua formazione, diventerà per lui il modello a cui ispirarsi e l’antagonista con cui confrontarsi. Ma il surrealismo non soddisfa completamente Dalì che a partire dagli Anni Quaranta, avverte la necessità di superarlo per tornare al classico. Dalì diventa un classico erudito, studia con attenzione e metodo rigoroso i grandi maestri classici europei, Velàzquez, Vermeer, Raffaello e scrive un trattato a cui affida le sue riflessioni.

A Roma sono esposte per la prima volta in Italia le illustrazioni che accompagnano il trattato intitolato 50 segreti magici per dipingere (1948), un testo fondamentale per capire come Dalì considerasse sacro il mestiere del pittore. Il passaggio dalla rivoluzione raccontata da opere emblematiche come Tavolo di fronte al mare, Figure distese sulla sabbia e altri capolavori, alla tradizione avviene attraverso capolavori ispirati ai classici dopo averli studiati e rielaborati. L’opera La merlettaia, realizzata dopo aver disegnato una cinquantina di prove, è un omaggio a Vermeer, La scuola di Atene/ El incendio del Borgo è un omaggio a Raffaello. È esposto anche un autoritratto giovanile nello stile di Raffaello in cui Dalì assimila il suo collo a quello del grande pittore.

Come tutte le grandi mostre, il progetto espositivo è accompagnato da un ricco catalogo, con saggi di illustri studiosi e la supervisione scientifica di Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalì. Osservatorio Roma il Giornale degli Italiani all’estero incontra lo storico dell’arte Claudio Strinati il cui saggio L’ispirazione apre il catalogo scientifico.

Claudio Strinati

Professore, qual è stato il rapporto tra Salvador Dalì e la tradizione?

Dalì diceva di sé che lui era il più grande rinnovatore. Aggiungeva anche che solo chi come lui conosce perfettamente la tradizione, può veramente creare la novità.

Dalì si considerava tradizionalista o rivoluzionario?

Dalì si considerava tradizionalista da un lato e avanguardista dall’altro. Il contributo del mio saggio contenuto nel catalogo affronta proprio l’argomento su quali siano gli elementi della tradizione. Salvador Dalì aveva una mentalità molto tradizionalista perché credeva nella teoria antica dell’arte. Dalì pensava che l’arte pittorica può essere esercitata soltanto se c’è un dominio perfetto del disegno. Molti avanguardisti venivano accusati di non saper disegnare. Nella prima metà del Novecento qualcuno diceva che l’astrattista faceva l’astratto perché non era capace di disegnare come Raffaello, Velazquez e gli altri grandi pittori.

Dalì era consapevole del fatto che le avanguardie venivano accusate di scarsa competenza. Perfino il suo venerato Picasso che indubbiamente era un disegnatore eccelso, andando avanti nel cubismo, veniva anche lui criticato e accusato di fare ritratti con un occhio da una parte e uno dall’altro. Si poneva il tema dello scarso talento nel dipingere. Dalì si ribellò affermando che l’avanguardia è un filone importantissimo dell’arte, di cui lui stesso si considerava partecipe. Dalì volle smentire le critiche banali e propose se stesso come un modello. Diceva che lui aveva una capacità disegnativa, anche cromatica, per cui si sentiva collega di Raffaello e Velazquez.

Si sentiva al loro stesso livello ma soprattutto si sentiva partecipe di una grande famiglia che attraversa i secoli con il potere delle immagini che dominano sovrane. Dalì però diceva anche che quello che i grandi maestri ci hanno consegnato è un tesoro che noi dobbiamo spendere per andare oltre.

In che modo?

Andando in un territorio molto più complesso, difficile da intendere, in cui la tradizione confluisce nella innovazione. Dalì dedicò tutta la sua vita a questa confluenza.

Nel saggio lei cosa racconta?

Racconto quali sono state le esperienze di Dalì, cosa ha tratto da Raffaello, cosa da Velazquez, in che modo ha interpretato la tradizione e in cosa è stato super innovativo. Ho dedicato a Dalì una meditazione storica coerente con il pensiero della Fondazione Dalì che negli anni ha approfondito molto questo concetto.

Perché Dalì mancava da tanti anni a Roma?

Credo perché la Fondazione Dalì cerca di tutelare la figura del grande maestro Dalì. Nel tempo si sono accumulate manifestazioni grossolane, di infimo livello che mortificano la grandezza di Dalì. Per questo forse la Fondazione Dalì ha aspettato il momento giusto per portare a Roma una vera, grande mostra.

La mostra al Museo del Corso è un vero evento?

Si, per allestirla sono stati necessari tanto studio, impegno e una grande organizzazione. Solo con una mostra di questo livello si può veramente dimostrare come l’arte di Dalì sia tra le più grandi del XX secolo. Il risultato è ottimo, credo di poter dire sia una mostra epocale.

Il catalogo come si colloca?

Credo sia un catalogo destinato a rimanere come pietra miliare negli studi su Salvador Dalì.

Maria Teresa Rossi
Maria Teresa Rossi
Osservo, scrivo, racconto. Per la Fondazione Osservatorio Roma e per Osservatorio Roma il Giornale degli Italiani all'estero..

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