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La storia local e global della camorra pugliese

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La presentazione di un saggio storico che ricostruisce la nascita della criminalità organizzata in Puglia, diventa occasione di riflessione culturale, tecnico giuridica e politica sulle ragioni per le quali un fenomeno locale diventa di interesse nazionale. Il ritrovamento a Milano di una fotografia che ritrae un gruppo di camorristi baresi immortalati nel 1889, è lo spunto investigativo da cui è partito l’autore per ricostruire nascita, codici e linguaggio della criminalità organizzata pugliese. Ma perché un fatto locale, per quanto ricostruito con una accurata indagine storiografica durata dieci anni, condotta attraverso l’esame di oltre 8mila reperti e documenti processuali custoditi nell’Archivio di Stato di Bari e Trani, diventa di interesse generale, esce dalla collocazione storica e geografica ottocentesca e aiuta la comprensione contemporanea dei fenomeni mafiosi? Il saggio, presentato nella Sala Stampa della Camera, con la partecipazione della Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Chiara Colosimo, del Procuratore distrettuale Antimafia di Bari Roberto Rossi, del deputato Ubaldo Pagano, del giornalista Rai Daniele Rotondo, dell’autore Stefano De Carolis, analizza l’origine della camorra pugliese ma rende global una storia che nasce local, perchè esporta ovunque e allo stesso modo, codici e modalità di comportamento contrarie al rispetto delle regole. Come nasce la criminalità organizzata, come si radica nella società civile, come si afferma, con quali codici, status, modalità di comportamento e linguaggi ma anche come riconoscere i segni del suo radicamento, come contrastarli, come costruire un’alternativa culturale credibile, espressione di uno Stato che fa rete e diventa Squadra Stato consapevole, forte e organizzata, è il tema che Osservatorio Roma il Giornale degli Italiani all’estero affronta con Roberto Rossi procuratore distrettuale antimafia di Bari, Bat e Foggia e Stefano De Carolis, autore del saggio.

Roberto Rossi

Procuratore, un saggio storico che ricostruisce le origini della criminalità organizzata in una regione, cosa aggiunge alla considerazione del fenomeno mafioso a livello nazionale?

Aggiunge conoscenza perché i modelli di sviluppo della criminalità organizzata sono uguali in gran parte dappertutto, anche a livello internazionale, pertanto il racconto, seppur locale, fa da parametro per la comprensione di una storia più ampia.

Studiare la storia insegna a capire il futuro, anche le trasformazioni del fenomeno mafioso?

Leggere la storia ci dice che alcune cose che oggi sembrano nuove, in realtà erano già avvenute nei secoli scorsi e alcuni fenomeni come la centralità del carcere per la criminalità organizzata, che è un fatto culturale e ha un valore economico, sono sempre stati presenti. Leggere la storia ci aiuta a cogliere quei segni che ci indicano il momento in cui la criminalità organizzata diventa davvero pericolosa, quando   inquina la società e vi si radica. Se riusciamo cogliere questi segni prima che ciò avvenga, riusciamo a impedire l’inserimento della criminalità organizzata all’interno della società civile e il suo radicamento che è il momento più pericoloso. Se le radici sono profonde perché non si sono colti in tempo i segni, lo sradicamento successivo sarà più difficile.

Il saggio storico cosa aggiunge all’attenzione culturale sul fenomeno della criminalità organizzata?

Aggiunge il fatto di cominciare a capire che ci sono modelli culturali che si ripropongono. Il libro parla dell’identificazione delle persone attraverso uno statuto culturale e questa è una cosa che avviene anche oggi. Allora avveniva tramite i teatrini delle marionette e la musica, oggi avviene attraverso i social.

Il lessico mafioso è cambiato negli anni rispetto alla ricostruzione storica che il saggio propone o risponde sempre agli stessi codici?

Risponde agli stessi codici. Chiaramente è diverso, oggi c’è la musica melodica, allora era un testo musicale che serviva anche a impartire gli ordini agli adepti analfabeti, che non sapevano leggere e scrivere. Oggi attraverso la neomelodicità di alcuni autori si trasmettono principi culturali che sono contrari al rispetto delle regole.

La storia prepara al futuro e incrocia il presente. Oggi a che punto è la costruzione culturale, tecnica e politica di quella Squadra Stato da lei auspicata per contrastare la criminalità organizzata?

L’unico modo per sconfiggere la criminalità organizzata è fare rete e fare squadra. La lotta alla criminalità organizzata  deve avere un solo volto e deve essere fatta da tutti. Oggi siamo a un buon punto ma bisogna continuare a essere costanti e tenaci in questa scelta, tenendo sempre alta l’attenzione rispetto ai fenomeni mafiosi.

Stefano De Carolis

Perché L’Infame Legge ?

L’Infame Legge era il motto utilizzato dal gruppo criminale dei camorristi di Barletta, i picciotti protagonisti del primo processo criminale celebrato in Italia nel 1890 dopo l’adozione del Codice Zanardelli. I picciotti baresi utilizzavano il motto per identificarsi, come una sorta di parola d’ordine.

Quel primo processo celebrato a Bari fu un fatto solo locale?

Assolutamente no, fu un processo che interessò la stampa nazionale e internazionale, una notizia diffusa a livello planetario. Oltre 70 cronisti, inviati dalle più autorevoli testate del mondo, arrivarono a Bari per seguire il processo e tra questi anche una donna, la signorina Wolffshon, corrispondente del Times e di altri giornali inglesi che fu ospitata per 40 giorni nel Giornale di Bari, il Corriere delle Puglie.

L’indagine storiografica parte da una fotografia di fine Ottocento. Cos’aveva di tanto particolare?

E’ una foto di fine Ottocento che ho trovato e acquistato da un rigattiere a Milano, scattata quando farsi ritrarre era un privilegio di pochi, era un vero status symbol. I personaggi ritratti erano i picciotti protagonisti del primo processo alla criminalità organizzata e questa foto fu l’immagine, scattata in precedenza, distribuita alla stampa nel corso del processo.

Perché ha attribuito tanta importanza alla foto dei picciotti?

Perché si è rivelata fonte di notizie importanti. L’abbigliamento dei picciotti era uniforme e aveva come comune denominatore, un fazzoletto annodato al collo, il camuffo, un fazzoletto di seta che identificava il camorrista barese. Sono riuscito a ricostruire come le diverse tipologie del nodo al fazzoletto corrispondessero ai gradi di affiliazione nella picciotteria, erano quindi parte dello status di picciotto.

Come vestiva il picciotto?

Il picciotto barese indossava il cappello alla sgherra, il ciuffo sotto il cappello, la giacchetta un po’ lunga, i pantaloni a campana e il camuffo, il fazzoletto legato al collo. Il camorrista di Barletta si diversificava per il colore dei pantaloni che erano sempre bianchi e perché indossava una fascia rossa alla cintura. Inoltre i camorristi baresi portavano il coltello e la pistola, i camorristi di Barletta portavano pistola, coltello e spillone.

Altre particolarità che servivano per affermare l’identità criminale?

Erano tutti tatuati, alcuni anche in parti del corpo impensabili. Quando capirono che nel corso del processo i tatuaggi venivano sottolineati per affermare in maniera inequivocabile la propria appartenenza criminale, tentarono di cancellarli con l’acido.

Il picciotto era solito esibire la propria appartenenza alla picciotteria?

Certamente e con orgoglio. Il suo abbigliamento era un messaggio chiaro…io sono il picciotto e me ne vanto. I picciotti andavano in giro in gruppo, accompagnati in qualche caso anche da un gruppo di copertura, meno numeroso ma pronto a intervenire.

Cosa facevano?

Seminavano il terrore tra i cittadini. Un cronista del Corriere delle Puglie scrive nel 1888 …”A Barletta sono successi fatti da far rizzare i capelli in testa”.

La ricerca nei documenti processuali ha portato al recupero del primo pizzino della camorra scritto in musica. Cosa racconta la Canzone di Amelia la disgraziata diventata oggi un’opera musicale?

È un ritrovamento straordinario, il testo di una canzone scritta su un fazzoletto bianco, composta per impartire gli ordini del capocammorrista recluso nel carcere di Trani agli affiliati. Il testo è diventato oggi un’opera musicale inserita nel saggio che è possibile ascoltare attraverso un Qr code. Il teatro delle marionette e la musica sono stati veicolo di costruzione, diffusione e racconto della criminalità organizzata.

Maria Teresa Rossi
Maria Teresa Rossi
Osservo, scrivo, racconto. Per la Fondazione Osservatorio Roma, Osservatorio Roma il Giornale degli Italiani all'estero e per ICN RADIO NY.

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