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Jumpology, il lampo di genio di Philippe Halsman

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Un click senza chiedere smile, scatti in sequenza, salti davanti all’obiettivo con una tecnica, la jumpology, che ha divertito la fotografia contemporanea. È il lampo di genio di Philippe Halsman, in mostra al Museo di Roma in Trastevere fino al 7 gennaio 2024 con la sua fotografia in parte immaginifica, in parte documento, di grande impatto e innovazione. Ho sempre pensato che la parte più importante dell’attrezzatura di un fotografo fosse la sua mente, diceva Halsman, che pur si era costruito da solo una nuova macchina fotografica, non soddisfatto di quelle esistenti sul mercato. La sua idea di ritratto ha riscritto la storia della fotografia del Novecento, ha raccontato la persona prima che il personaggio, svelato storie, denudato anime, colto sguardi intimi consegnati alla storia. Protagonisti del jet-set internazionale, attrici, scienziati, politici, intellettuali e icone planetarie come Marilyn Monroe, saltano davanti al suo obiettivo, ciascuno a modo suo, alcuni per sfida, altri per divertimento. Il libro Philippe Halsman’s Jump Book esce nel 1959 e il fotografo lo dedica ai suoi soggetti che hanno sfidato la gravità. Visitare la mostra di Philippe Halsman permette di ricostruire buona parte della storia del Novecento, saltellando tra Europa e Stati Uniti, perché la vicenda personale del fotografo, che nasce nel 1906 in Lettonia, studia ingegneria in Germania, comincia a fare il fotografo a Parigi e si trasferisce nel 1940 a New York dove lavorerà per tutta la vita nel suo studio a Manhattan, costruisce un ponte sociale e culturale tra due continenti. È amico di Albert Einstein che lo aiuta a trasferirsi in America in piena guerra, diventa amico di Salvator Dalì con cui realizza una serie di ritratti in cui fotografo e artista si fondono magicamente e realizzano immagini straordinarie, firma 101 copertine della rivista LIFE, vive circondato dalle donne della sua famiglia, moglie, sorella, figlie, che diventano le sue più tenaci collaboratrici. Oggi una Fondazione che porta il suo nome, custodisce la straordinaria produzione artistica di Philippe Halsman, molto più di un fotografo, a cui Roma dedica la prima retrospettiva organizzata in Italia. Osservatorio Roma il Giornale degli Italiani all’estero incontra Alessandra Mauro, curatrice della mostrae Ilaria Miarelli Mariani direttrice dei Musei Civici.

Alessandra Mauro

Come e quando comincia la storia di Philippe Halsman?

La storia di Philippe Halsman comincia in Lettonia, nei primi del Novecento e si sviluppa con una complessa vicenda di europeo che passa attraverso le tragedie del suo tempo, le guerre e le dittature, ma che riesce a emergere con il suo talento, la sua visione, la sua bravura di fotografo.

Fotografo non da subito?

No, doveva diventare ingegnere, studia per farlo ma incontra la fotografia, casualmente come spesso avviene, quando va a vivere in Francia dove si era trasferito perché in Germania era diventato difficile vivere per un ebreo. A Parigi diventa non solo fotografo, ma un fotografo importantissimo, comincia a realizzare ritratti molto intensi, vicini all’arte del surrealismo. Quando anche in Francia il clima diventa irrespirabile per l’invasione nazista, si trasferisce negli Stati Uniti.

Comincia una nuova vita artistica?

Lavorerà per molte riviste, realizzerà più di 100 copertine per LIFE, farà moltissimi ritratti e teorizzerà il ritratto psicologico, il modo in cui il fotografo deve scavare all’interno del personaggio che si fotografa per far cadere la maschera e riuscire a esplorare gli aspetti poco conosciuti della personalità.

Il ritratto del suo volto su un treppiedi è l’immagine che apre il percorso espositivo. Ha un significato simbolico?

La sua testa sul treppiedi rende proprio l’idea di quanto Plilippe Halsman, sebbene abbia avuto una grande dimestichezza con i mezzi tecnici, capisce che la vera forza della fotografia è l’idea, l’immagine che un fotografo può avere. Crede che è con il cuore e la sensibilità che i fotografi realizzano ritratti, un concetto che desidera esprimere mettendolo in performance, proprio con la sua testa sul treppiedi come se fosse un macchinario.

Il suo nome è legato alla jumpology, più gioco o realtà?

È una sorta di teoria che ha elaborato sull’importanza di saltare davanti all’obiettivo, la chiama jumpology, ed è un invito a far cadere la maschera, un to be different, per svelarsi e tornare ragazzi con un gesto liberatorio e infantile.

Ha realizzato foto con salti di personaggi importanti?

Certamente, ha trovato tante persone disposte a giocare con lui, anche Richard Nixon quando era vicepresidente degli Stati Uniti, il Duca e la Duchessa di Windsor e tanti altri, in genere divertiti e sorpresi davanti al suo obiettivo perchè era davvero capace di mettere a suo agio i personaggi ritratti.

Il salto di Marilyn Monroee è l’immagine di copertina della mostra, ma tante altre foto avrebbero potuto essere selezionate per la bellezza e l’autenticità

Philippe Halsman aveva una grande capacità di fare ritratti e un grande senso grafico. Tutte le foto in mostra sono tecnicamente perfette come costruzione grafica e inquadratura e quindi sono tutte da copertina perché sono foto che si mettono da sole nello spazio, cosa che avviene solo quando i fotografi sono bravissimi.

È stata scelta Marilyn perché?

È una foto che sembra facile perché la protagonista è una donna iconica, bella e straordinaria, ma a guardarla bene si capisce come ci sia voluto davvero un lampo di genio per crearla.

Philippe Halsman fotografo innovativo, sperimentatore di immagini, testimone della storia europea e americana. Perché solo oggi l’Italia gli dedica una retrospettiva?

Forse perché in alcuni casi ha prevalso una considerazione troppo semplice di considerare i ritratti, perché Halsman è stato un grande ritrattista. Una mostra di ritratti è una bella galleria di personaggi famosi ma certamente non è solo questo perché c’è un lavoro su ogni immagine. La mostra Philippe Halsman. Lampo di genio cerca di mostrare sia la galleria di belle dive, attori intensi e personaggi importanti ma anche la genialità di chi è riuscito a creare per ognuno un setting diverso. Halsman era un grande conoscitore della psicanalisi che porta nel ritratto psicologico realizzato con un’attenzione minimale. Il suo approccio di sperimentatore e innovatore ha cambiato profondamente la fotografia americana.

Ilaria Miarelli Mariani

Quanto orgoglio c’è nel presentare al Museo di Roma in Trastevere la prima retrospettiva italiana dedicata a Philippe Halsman?

Siamo molto orgogliosi perché il Museo di Roma in Trastevere sta diventando un punto di riferimento importante per la fotografia contemporanea, un centro di ricerca dove accogliere progetti come questa mostra bellissima dedicata a Philippe Halsman.

Il Museo sarà luogo di incontri con fotografi del nostro tempo per iniziative collegate alla mostra

Si, da settembre a dicembre avremo incontri con alcuni fotografi ritrattisti che proporranno la loro visione e tecnica sul ritratto contemporaneo, proprio partendo dalle foto di Halsman. Sono laboratori organizzati con lo IED, i fotografi autori invitati sono Alessandro Albert, Simona Ghizzoni, Eolo Perfido, Toni Thorimbert.

Chi è stato Philippe Halsman?

Un autore famosissimo nel campo della fotografia ma anche nell’arte, è noto il suo rapporto con Salvator Dalì. Entrando a visitare la mostra si ha l’impressione di vedere foto già viste, proprio perché molto famose. La retrospettiva offre la possibilità di estendere la conoscenza anche alla vasta platea di giovani che visita il Museo di Roma in Trastevere, attratti dalla sua attitudine e vocazione laboratoriale.

Maria Teresa Rossi
Maria Teresa Rossi
Osservo, scrivo, racconto. Per la Fondazione Osservatorio Roma, Osservatorio Roma il Giornale degli Italiani all'estero e per ICN RADIO NY.

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