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Che fine ha fatto Little Italy a New York?

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Little Italy è stata cancellata dalla mappa ufficiale delle comunità etniche di New York. Come è potuto accadere che un’enclave culturale, punto di riferimento per generazioni di Italiani, sia oggi considerata non rilevante al punto da ometterne l’indicazione in una mappa ufficiale della città? Eppure Little Italy è nella storia di New York. Se ne comincia a parlare alla fine dell’Ottocento, quando la locuzione Little Italy appare per la prima volta sui quotidiani statunitensi per indicare l’insediamento italiano, in costante crescita, nella zona di Mulberry Street.

Il riconoscimento pieno dell’enclave abitata dagli Italiani avviene nel 1890, quando in un libro inchiesta del fotografo Jacob Riis, How the Other Half Lives (Come vive l’altra metà), un capitolo è intitolato The Italian in New York. È la consacrazione sociologica e il riconoscimento formale di Little Italy a New York. Una storia  piena di colore, folklore, cibo, feste, consuetudini, lingua e dialetti italiani. Little Italy è sempre stato il luogo di New York, protetto ma non nascosto, in cui gli Italiani emigrati potevano parlare italiano, anzi i dialetti italiani, perché ogni strada aveva la sua identità regionale con annesso lessico dialettale. Il diritto a esprimere e a vivere la propria italianità è stata la cifra di un quartiere che ha regalato appartenenza.

La costruzione della Chiesa del Preziosissimo Sangue (Church of the most Precious Blood), considerata parrocchia nazionale, eretta a fine Ottocento dagli Italiani emigrati, permetteva anche di avere una casa spirituale italiana. Oggi la chiesa di riferimento più importante per gli Italiani che abitano New York e per chi la visita è Old Saint Patrick Church, con messe celebrate in italiano e corsi di catechismo in lingua italiana. Dall’Ottocento Little Italy ha certamente cambiato volto, gli Italiani si sono spostati a vivere in altre zone di New York ma l’enclave conserva ancora una storia italiana che non può essere ignorata né omessa.

Gli Italiani hanno contribuito enormemente a costruire New York, rendendola la città che è oggi, con le sue strade, le metropolitane, i grattacieli. Gli Italiani hanno portato il cinema a New York, la canzone napoletana, la cucina , hanno condiviso il meglio del saper fare bene italiano. Per capire come è cambiata la presenza italiana nella città simbolo della storia americana e con quali iniziative gli emigrati Italiani di nuova generazione continuano a fare rete in nome dell’italianità, Osservatorio Roma il Giornale degli Italiani all’estero incontra Ornella Fado, vice presidente di Comites New York e project manager di Tracing ITALIAN roots.  

Ornella Fado

Dov’è finita Little Italy a New York?

Little Italy è ancora lì, dove è sempre stata. Ci sono stati tentativi di presentarla come un quartiere o neighborhood non più vissuto da Italiani. Credo sia stato solo un modo per giustificare il mancato inserimento di Little Italy nella mappa delle comunità etniche di New York City.

Qual è il suo punto di vista?

Ho espresso la mia opinione in un post che ha suscitato un grandissimo numero di impressions. Non mi aspettavo che la mia osservazione aprisse un dibattito tanto partecipato. Ho pensato che forse Mamdani, il sindaco di New York, avesse dimenticato Little Italy. Ma poi mi sono interrogata  sul ruolo dei suoi consiglieri e di chi era delegato a compilare la mappa. Ecco, costoro come hanno fatto a dimenticare l’esistenza di Little Italy? A New York c’è una Little Italy a downtown NY e una Little Italy nel Bronks. Qualcuno mi ha fatto notare che basta studiare la storia di New York per conoscere Little Italy. Io aggiungo che basta solo fare una passeggiata a Manhattan per trovare Little Italy.

Oggi cosa è Little Italy?

Little Italy è ancora la casa dell’Italian American Museum, un bellissimo museo, dedicato agli Italoamericani e agli Italiani di oggi.  E’ un museo dinamico e pieno di iniziative. Attualmente ospita una mostra dedicata a Totò. A Little Italy vivono e lavorano famiglie storiche dell’imprenditoria italiana come Di Palo’s Fine Foods che per generazioni ha servito la comunità, non solo a Little Italy, ma anche i newyorkers con prodotti e specialità italiane autentiche.

Ci sono rappresentanze di molte altre family business. Little Italy è ancora il luogo delle feste italiane, la più importante è dedicata a San Gennaro che festeggia quest’anno la sua 100esima edizione. Little Italy è il luogo scelto da esponenti delle istituzioni italiane per incontrare la comunità. Circa un mese fa il ministro Antonio Tajani ha scelto il giardino della Chiesa Old Saint Patrick a Little Italy, per fare una diretta con la comunità italiana. Era accompagnato dalla console aggiunta Laura Pirino, dal direttore dell’Istituto italiano di Cultura a New York Claudio Pagliara e dal Comites New York con la presidente Barbara Marciandi.

Gli Italiani non abitano più tutti a Little Italy ma l’enclave è sempre il punto di riferimento iconico per la comunità. Ogni domenica si celebra la messa in lingua italiana a Old Saint Patrick, ci sono i catechismi in italiano e c’è il nostro parroco Don Luigi Portarulo, amatissimo dalla comunità. Il senso della mia riflessione è che c’è ancora una vita italiana a Little Italy.

Da cosa può essere stato determinato il mancato inserimento di Little Italy nella mappa?

Forse chi ha preso questa decisione voleva indicare con precisione solo le etnie che ancora vivono in comunità. È certamente vero che gli Italiani non vivono più in comunità, chi arriva oggi dall’Italia va a vivere in altre zone di New York.

Il sindaco Mamdani ha comunicato che Little Italy sarà inclusa nella mappa in un futuro aggiornamento. Ma questo basta?

Il sindaco Mamdani ci ha intanto ripensato e questo va nella direzione che tutti volevamo. Little Italy dovrebbe essere inclusa nella mappa al prossimo aggiornamento. Per cominciare questo può bastare. Gli Italiani si sono espansi, vivono dovunque a New York. Su Madison Avenue ci sono solo negozi italiani. Max Mara, Versace, Armani e altri brand italiani sono per noi motivo di orgoglio e soddisfazione. Le polemiche seguite alla omissione di Little Italy nella mappa fanno capire quanto questo quartiere sia ancora molto popolare. Little Italy è stata accusata di rappresentare solo il folklore dell’Italia, di essere ormai solo una parodia e di confondersi con Chinatown. La mia opinione è invece che se c’è bisogno di fare t-shirt che rappresentano la parodia dell’Italia, significa che c’è da sempre un grande valore.

Little Italy cosa ha rappresentato per gli Italiani che arrivavano a Ellis Islands?

Little Italy è stata una rete di protezione e di accoglienza per chi arrivava in nave a Ellis Islands. Era un luogo dove ad accogliere gli emigranti c’erano i parenti emigrati in precedenza, un porto sicuro dove si parlava la propria lingua, l’italiano e il dialetto. Little Italy rappresentava la possibilità di non sentirsi un pesce fuor d’acqua a New York, era un luogo che permetteva di continuare a essere italiani. Ho approfondito molto la storia dell’emigrazione italiana all’estero e ho capito che gli Italiani emigrati a New York hanno sofferto più dei connazionali emigrati in altri Paesi.

L’Italiano che emigrava in Argentina o in Brasile era emotivamente più connesso con questi luoghi. La lingua era molto vicina all’italiano, le persone erano più calorose, il Paese più welcoming. Gli Italiani in America hanno dovuto aspettare diverse generazioni prima di essere accettati e  non essere più considerati immigrati marroni, brown, scuri.Chi emigrava a New York era l’italiano più povero, chi aveva più soldi poteva permettersi il biglietto per andare in Argentina o in Brasile, Paesi molto più lontani.

Qual è oggi il livello di consapevolezza degli Americani sul contributo italiano nella costruzione di New York?

L’America conosce molto bene il valore degli Italiani. Oggi  gli Americani sono più concentrati sui nuovi flussi migratori e la loro riconoscenza non va indietro nella storia come forse a noi piacerebbe. Io vivo a New York da trentaquattro anni, noi Italiani siamo tanti e contribuiamo attivamente alla diffusione del made in Italy. Ogni angolo di New York ha qualche elemento di italianità, penso ai due leoni di marmo realizzati dai fratelli Piccirillo di Massa Carrara con lo studio nel Bronks, posizionati a Midtown di fronte l’ingresso principale della New York Public Library.

Sono tante le belle storie italiane che raccontano New York. Ho conosciuto e intervistato un italiano di eccellenza, Massimo  Vignelli, che nel 1972  ha disegnato la mappa della Sabway di New York nel modo più intelligente possibile.  La sua mappa, stilizzata e colorata, è stata una delle realizzazioni più rivoluzionarie nella storia della New York Subway. La mappa riusciva a far capire esattamente i numeri, tramite i colori, delle metropolitane di New York.

La sua missione è parlare degli Italiani a New York, delle ragioni per le quali si decide di emigrare…

Sono una produttrice e conduttrice televisiva, vivo a New York da 34 anni e in 21 anni di broadcasting il mio core business è sempre stato quello di raccontare gli Italiani di nuova generazione a New York, superando gli stereotipi con i quali una certa narrazione cinematografica ci aveva identificato. Brindiamo è il titolo del mio programma che racconta la cucina autentica italiana, la confronta con quella italoamericana e fa conoscere i personaggi italiani che arrivano a New York. Un personaggio americano che arriva a Roma o in Italia, viene generalmente invitato nelle più importanti trasmissioni televisive. Il contrario qui in America non accadeva. Con Brindiamo facciamo conoscere star italiane che arrivano a New York ma che qui non sono ancora conosciute solo perché non hanno fatto programmi o film in lingua americana. Allevi, Verdone, D’urso, Ranieri…ne abbiamo incontrati e presentati tanti.

Oggi perché ci si trasferisce a New York?

Si arriva a New York per amore, per cercare un lavoro migliore, per avere stimoli diversi, per reinventarsi. Non ci si trasferisce solo per esigenza, l’Italia è bellissima ed è un Paese in cui si vive bene.

Da Little Italy a Tracing ITALIAN roots, una mappa digitale e partecipativa dell’italianità a New York. Come si articola il progetto?

Tracing ITALIAN roots è un progetto che consente la mappatura degli Italiani nel Tri- State Area. Ideato da Fabio Castagna, è immaginato a livello mondiale perché noi Italiani siamo dappertutto. Comites New York ha abbracciato il progetto e noi ci occuperemo della mappatura degli Italiani nel Tri- State. È una web app che ciascuno può salvare nel suo telefonino, facilmente consultabile.

La tua Italia nel tuo telefonino…una bellissima definizione nata da lei che può diventare il motto della web app…

Ognuno può accedere alla web app ed essere localizzato con il suggerimento dei luoghi italiani da visitare. Abbiamo parlato degli scultori fratelli Piccirilli, loro sono già inseriti. Sono mappati monumenti ma anche italianità nascoste come il busto di Marconi o di Verdi. La mappatura dell’italianità contemporanea è molto interessante.

Chi sono gli Italiani mappati?

Tutti gli Italiani che fanno cose italiane. Antonio Fini con il suo festival di danza, Lidia Bastianich con il suo programma e tanti altri connazionali che vivono e lavorano nel Tri- State Area. Nel progetto, sponsorizzato da ITALEA e MAECI, si trova il vecchio e il nuovo, chi siamo qui e da dove veniamo.

Tracing ITALIAN roots nasce a New York?

No, nasce da Washington ma a New York siamo i primi per espansione. Si stanno organizzando anche a Miami, a San Francisco, fino a quando tutti saranno coinvolti. Ci sono insegnanti di lingua italiana, presidenti di associazioni, giornalisti, sacerdoti. Comites New York ha abbracciato il progetto che fa parte della nostra missione.

È un ponte tra la comunità italiana e la comunità italoamericana…

Esattamente, il fine è non essere solo un ponte tra Italia e  America ma ponte tra noi, comunità italiana e italoamericana.

Gli Italoamericani come vivono la loro italianità?

Si sentono molto orgogliosi della loro Italian heritage e dei loro cognomi italiani. Quando vado a fare le interviste, il set di domande è lo stesso ma non c’è mai una storia uguale all’altra. Si scoprono cose interessanti e divertenti sugli Italiani a New York di ogni generazione.

La tecnologia diventa una sorta di macchina del tempo?

Si, è una macchina del tempo che fa scoprire, attraverso i giovani, quello che è stato. E torniamo a Little Italy per respingere il concetto che gli Italiani non ci vivono e quindi non è importante. Dobbiamo assolutamente preservare la memoria storica. Sto lavorando con il direttore di Italian American Museum per portare a Little Italy due artisti a settembre, con performance di danze tipiche calabresi e campane. Il Museo Italo Americano è un luogo vivo che racconta una storia viva. Esattamente come Little Italy.

C’è una continuità intelligente tra Little Italy e Tracing ITALIAN roots, segno che gli Italiani a New York sono più attivi che mai e si spostano su nuovi progetti per costruire la loro identità contemporanea…

Il concetto è esattamente questo. La web app Tracing ITALIAN roots è molto dinamica e divertente, adatta a tutti gli Italiani che abitano a New York, a chi la visita, a chi la sogna.

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Maria Teresa Rossi
Maria Teresa Rossi
Osservo, scrivo, racconto. Per la Fondazione Osservatorio Roma e per Osservatorio Roma il Giornale degli Italiani all'estero..

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